Storie di famiglia 9



Erano ormai gli ultimi giorni. La primavera era stata annunciata da est dai cupi rimbombi dell'artiglieria e dalle lunghe carovane di sfollati sempre più frequenti, sempre più spesse. A volte passavano giorni nei quali le strade che attraversavano quella parte di Sassonia si inondavano di un lento torrente di persone di tutte le età. Rari erano, naturalmente, i giovani che avebbero potuto dare un po' di energia alla camminata e così il torrente si muoveva lento e impacciato come fosse vischioso di fango e detriti. E proprio detriti sembravano quei poveri mobili, i materassi arrotolati, i vecchi trasportati come cadaveri sui carri.

Non fuggivano soltanto dalla line del fronte, dalla aratura delle artiglierie in avanzata o dai proiettili vaganti degli scontri, dalle razzie dei soldati abbandonati. Era l'Armata Rossa che li terrorizzava. Tutta la mitologia della propaganda sulle rezza inferiori e bestiali che allignavano all'est si stava ritorcendo contro di loro. Immaginavano un esercito di bestie idiote e assetate di sangue e sesso, arroventate dalla vendetta. Già la vendetta. Da qualche tempo la gente aveva cominicato a sapere che cosa stava accadendo sul fronte orientale. Per la propaganda era sempre più difficile assordare le storie di migliaia, centinaia di migliaia di reduci che tornavano da quel macello. E la gente aveva ora paura che la marea che proveniva da est fosse ormai incapace di perdonare anche i più innocenti.

Quei torrenti umani avevano bisogno di una logistica ma nessuno era più in grado di provvedere loro. Anzi le case si chiudevano al loro passaggio, tutto ciò che era commestibile scompariva, nascosto o consumato dai torrenti precedenti. Le strade si stavano poco a poco riempiendo di oggetti inutili e abbandonati. Con il passare dei chilometri il concetto di utile e di inutile, di prezioso e superfluo si sfumavano e la condanna di essere superfluo si allargava metro dopo metro dalle cose alle persone. Il torrente umano cominciò a lasciarsi dietro i morti, i moribondi e poi i vecchi e i bambini nella speranza che la gente barricata in casa se prendesse cura.

Per il signor Kohl, tenutario del casinò militare nel quale era stato destinato mio padre divenatva sempre più difficile approvigionare il suo ristorante. Non che la gente dei dintorni non facesse più che volentieri affari con lui. Anzi. Herr Kohl pur di non far mancare niente ai suoi ospiti pieni di decorazioni era disposto ad essere generoso. Il fatto era che spesso anche la gente in fuga riusciva ad essere generosa, e la fame aiutava a liberarsi di gioielli di famiglia, denaro, denti d'oro in ambio di cibo. Herr Kohl non era disposto ad arrivare a tanto. Per cui la merce da quelle parti stava diventando sempre più rara. Non bastava più il carretto trainato dal pastore tedesco a far la spesa. Herr Kohl cominciò ad allargare il suo giro a bordo della sua auto, una Auto Union alimentata a gasogeno.

Mio padre che sapeva guidare fu messo al volante. Di casa in casa, di fattoria in fattoria visitavano i fornitori di Herr Kohl, anche i più lontani. Quando Herr Kohl faceva un cenno mio padre accostava al ciglio della strada e aspettava. Herr Kohl scendeva e si avvicinava a piedi. Mio padre veniva lasciato in macchina come una sorta di antifurto vivente, casomai si fossero imbattuti in qualche colonna sbandata, qualche gruppo di profughi che si era perso e che avrebe trovato l'auto un dono inaspettato di salvezza.

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