Prenderne tante




Questa sera ho raccontato a Sofia del "Rumble in the jungle", di quella volta in cui, Muhammad Ali prese botte dall'uomo più forte del mondo per tutto il tempo, senza cadere. Perché è così che accade spesso nella vita. E le ho anche raccontato come all'ottavo round Alì abbia aperto le sue ali come un angelo del destino e abbia ficcato il cazzotto del secolo in mezzo alla faccia dell'uomo più forte del mondo, prendendosi la rivincita e il titolo.

Perché è anche questo che accade, qualche volta, nella vita. Basta arrivarci in piedi.

(La riscossa, nel video, comincia a 24:24)

Gli ebrei tornano a casa


Ho visto, ieri, quest'immagine di sfuggita, e quasi non riuscivo a credere. Mi sono fermato e l'ho riguardata. La porta di Brandeburgo, Berlino è un luogo mistico, come il Muro del Pianto, la Cupola d'Oro, il palazzo delle Nazioni Unite sull'Hudson, San Pietro, il mausoleo di Lenin. Uno dei simboli della storia del maledetto secolo breve. Dinanzi si alza una menorah con una grande stella di Davide al centro. È la festa delle luci, la consacrazione del tempio nuovo, piantata là nel cuore dell'ultimo simbolo rimasto di quell'idea che avrebbe voluto far sparire dalla faccia della terra le razze "inferiori". È una nemesi semplice, netta, luminosa.

Gli ebrei tedeschi sono tornati a casa. La porta di Brandeburgo non sarà più la stessa: all'ombra di quei lumi è sbiadito il nazismo. Gli ebrei sono tornati a casa. È ora che anche tutti gli altri tornino a casa, palestinesi, armeni, gli oppressi e i perseguitati che accendano i loro lumi dove desiderano. Senza confini. Il mondo non è proprietà di nessuno è la casa di tutti noi, insieme.

Buona festa delle luci a tutti quanti.

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Ho un amico che è una persona ordinata. Siamo stati colleghi per un po', lavorare con lui è stato un piacere. Preciso nel catalogare, riordinare le presentazioni, i documenti, che sapeva ritrovare in maniera infallibile. La sera prima di uscire riordinava la scrivania con una precisione millimetrica. La sua casa non è da meno e andarlo a trovare è un'esperienza faticosa. L'aspetto perfettamente ordinato delle sue cose personali mi imbarazza. Non so dove appoggiare il cappotto, non so dove e come sedermi, non so cosa posso toccare e non riesco a rilassarmi. Tutto così perfetto che vivo la perenne sensazione di essere di troppo.
È a lui che penso quando lavoro per un museo.

Il mio lavoro procede per maree. C'è stata la marea delle bibite. Poi quella delle Onlus. Poi la lunga marea delle automobili. Ora in Domino si parla molto di cultura. Da qualche tempo Associazioni, Musei e Fondazioni hanno cominciato a chiederci come diventare più accoglienti. Un po' meno secchioni e un po' più amichevoli. È una richiesta nobile e bellissima: questi conservatori di cultura chiedono di poter scendere per strada, tra la gente utilizzando anche il social network. Il curatore di quella grande trovata che sono gli Idea Store londinesi dice:

Idea Store nasce da una convinzione: che ai cittadini del XXI secolo, più che mai, interessano la lettura, l’imparare cose nuove e lo stare insieme. Nasce anche dal rifiuto di accettare un futuro dove gli unici luoghi di ritrovo siano di matrice commerciale. (qui tutta la storia)

Musei, Fondazioni, Associazioni che hanno come obiettivo la crescita culturale di un territorio hanno una grande opportunità ma va superato quel solco piuttosto profondo che divide la qualità dell'offerta culturale e gli utentiSpigolando qua e là (nel mio lavoro spigolo molto) mi sono imbattuto nel blog Ministry of Curiosity. Cito un pezzo del Manifesto:

The Ministry of Curiosity is a group of museum enthusiasts dedicated to bringing you the best of London's museum-centric social life. 

We believe in the power of the city's vibrant cultural offer, and aim to change current perceptions about those working in museums. We strive to bring you an insider's perspective into the fun and stylish side of the industry. Think of us as a salon of ideas or a Victorian gentleman's club but without all the patriarchy and opium. 

Nobile intento che le due curatrici (Kristin Hussey e Terri Dendy) realizzano affrontando il museo dalla sua parte più umana, quella nella quale l’evento culturale diventa occasione sociale (That's a part of what museums are: networking and knowing people. It's a creative industry. Qui tutta l’intervista). Il linguaggio è affilato, personale, competente (le due lavorano nell’ambito museale) e ironico.

Tutto molto semplice e di buon senso: rimodulare il linguaggio a seconda degli ambiti nel quale viene usato: preciso e infallibile nell’ambito professionale, ma  aperto, umano e appassionato se si vuole diventare più accoglienti. Ministry of Curiosity è un bell’esempio di come si possa rendere la cultura “alta” più appetitosa spostando il racconto da un punto di vista più coinvolgente.

Io, intanto, spero che il mio amico non mi faccia più indossare quelle maledette pattine.

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Truth, naked and cold



Truth, naked and cold, had been turned away from every door in the village.
Her nakedness frightened the people.
When Parable found her, she was huddled in a corner shivering and hungry.
Taking pity on her, Parable gathered her up and took her home.
There she dressed Truth in Story, warmed her up and sent her out again.
Clothed in Story, Truth knocked on the villagers doors and was readily welcomed into their homes.
They invited her to eat at their table and warm herself by their fires.

Jewish Teaching Story

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Masterpiece è il reality show, in onda su Rai3 dedicato alla scoperta dei nuovi talenti letterari. O uno spettacolo di freaks?

La competizione
La dedizione costante e ostinata alla scrittura di storie è una forma più o meno incarnita del disturbo antisociale di personalità. Gli scrittori scrivono perché fanno fatica a fare i conti con il presente e con i suoi abitanti. In genere gli scrittori si pongono al di sopra o al di sotto del resto del genere umano, indipendentemente dalle loro qualità letterarie. Rispetto a cantanti e musicisti, che con i concerti tentano un contatto con la realtà, gli scrittori sono dei passivi aggressivi che preparano nell’ombra il proprio riscatto.Questo scenario rende impossibile qualunque tipo di competizione: gli scrittori non si presentano mai in campo.


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Il fisico dello scrittore

pupo


Ci vuole il fisico per qualunque cosa, ma soprattutto per fare lo scrittore. Me ne sono accorto in un autogrill. Nella vita è importante stare con orecchie e occhi ben aperti perché le scoperte essenziali possono arrivare in un qualunque momento. Insomma me ne stavo a distribuire brioches alle figlie, in tappa sulla Torino Savona, quando l'occhio mi cade sulla copertina di un libro dai colori cupi. In particolare sul nome dell'autore. Enzo Ghinazzi. Perché questo nome non mi è nuovo? Dove l'ho già sentito? Ci vuole un bel po' di zucchero al cervello prima che la risposta salti fuori. È Pupo! Quello che cantava, 

Su di noi nemmeno una nuvola 
su di noi l'amore è una favola 
su di noi se tu vuoi volare 
lontano dal mondo, portati dal vento 
non chiedermi dove si va. 

Ora è uno scrittore. E della sua qualità  di autore vengo completamente convinto dalla quarta di copertina. Il Ghinazzi qui presente non è per nulla il brevilineo spensierato cantore del gelato al cioccolato (dolce e un po' salato, scritto insieme a Cristiano Malgioglio) con il capello a posto e il piglio cordiale. Il ritratto della quarta di copertina è un sofferto bianco e nero con luci apocalittiche che scolpiscono uno sguardo intenso di uno che la sa lunga. Come confermano gli occhiali da trader svedese e il filo di barba. Se non è uno scrittore questo... Sono tentato di comprare il libro. Ma la colazione per cinque mi è già costata abbastanza.

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Ho smesso di leggere F.Piccolo



Ho smesso di leggere il nuovo libro di Francesco Piccolo (Il desiderio di essere come tutti)

Ci sono due tipi di scrittori. Quelli che raccontano storie e quelli che ti intrattengono con un sacco di riflessioni, congetture, scoperte filosofiche quasi fossero quei parenti che si incontrano al pranzo di Natale. Io di parenti ne ho una discreta collezione, una famiglia numerosa con i suoi bei problemi che, come è noto, generano una quantità considerevole di chiacchiere che girano a vuoto. Queste chiacchiere familiari possono diventare interessanti e degne di essere ascoltate per due ragioni.


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La tv è morta, viva la TV

televisione

Dopo quarant'anni di onorato servizio la televisione a casa nostra va definitivamente in pensione. È stato un consiglio di famiglia a decretarlo. Dopo che l'ingombrante elettrodomestico nero è rimasto spento per più di un mese senza che nessuno desse segni di crisi d'astinenza, calo della coscienza civile, ritardo mentale o culturale abbiamo deciso di far posto ad un ficus benjamin (che a gente sprovvista di pollice verde è una pianta che da dante soddisfazioni).

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tristan da cunha
Tistan da Cunha. 280 abitanti circa.

Perché non ci ho pensato io? Ho passato ore della mia infanzia a tracciare rotte immaginarie sull'atlante, linee tratteggiate a matita che partivano da Genova o Southampton e che scendevano verso Tristan da Cunha facendo scali fantasiosi a Capo Verde, Conakry, Ascensione, Walwis Bay. Tutto il blu della mappa del mondo era terreno di gioco valido per quel tipo si fantasie. Perché non ho pensato di scrivere un libro su quelle fantasie? Lo ha fatto Judith Schalansky, con L'atlante delle Isole Remote, Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò. La scrittrice tedesca nata in quella Germania Est dalla quale era pressoché impossibile uscire, ha inanellato una raccolta di cinquanta storie vere sulle isole più remote della terra, alcune abitate, alcune deserte, alcune celebri, alcune misconosciute. Storie brevi, spesso fulminanti di non più di due pagine per raccontare il sottile fascino delle cose remote in un tempo in cui sembra sia rimasto ben poco da scoprire.

L'edizione Kindle pecca un po' nella riproduzione delle mappe ma costa un centesimo meno di 10 euro.



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