Appendino a Torino


Chiara Appendino Torino


Vorrei che qualcuno mi aiutasse a capire. A Torino abbiamo un sindaco (una sindaca) che si chiama Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle. Una politica giovane, una faccia simpatica, il piglio entusiasta. Insomma in confronto con l'aplomb smilzo-sabaudo del caro Fassino rappresenta una ventata di novità.

Posto che la novità di per sé non è un valore positivo, posto che fin da prima del 2006 questa città è rifiorita, grazie anche ad una giunta che ha lavorato bene e posto che ho votato un altro, direi che è giunta l'ora di fare gli auguri all'alternanza e sperare che continui il corso positivo di questa città.

A questo punto ci va il ma, giusto?

Non voglio coltivare i pregiudizi, sono strastufo di questa continua campagna elettorale nella quale si lavora solo per sminuire l'avversario, ma è pur vero che Chiara Appendino faccia parte di una compagine che mi preoccupa. Per i toni, per gli argomenti, per quel millenarismo moralista del "noi buoni" che trovo stucchevole, scomposto, soffocante.

Ho provato ad avere qualche scambio di idee con qualche pentastellato o grillino ma, o sono stato sfortunato io o mi sono spesso scontrato contro un livore da inquisizione che mi ha fatto ritirare dalla discussione. Capisco che ci sia nell'aria molta fatica, delusione, rabbia per il netto scollamento tra l'amministrazione e i cittadini, soprattutto a livello nazionale. C'è voglia di partecipazione, ci sono gli strumenti ma non c'è la preparazione degli amministratori. Insomma vorremmo essere un po' più finnici ma la classe politica arriva ancora da una impostazione delle vecchie scuole di partito satrapico.

Ma reagire a questo scollamento con la rabbia, il manicheismo non mi sembra un buon modo. Mi preoccupa anche il modo con cui il movimento è stato fondato. Il sistematico soffiare sul fuoco del leader-mattatore funziona in teatro dove la rappresentazione è racchiusa in un contesto controllato che si chiude con la discesa del sipario ma che, portata nelle strade  rischia di fomentare tensioni e sfoghi che ad un certo punto non sono più controllabili. La rabbia non porta soluzioni e ma lo scollamento, oltre che con le amministrazioni anche tra cittadini. Una città di barricate.

La notizia che ci voglia far diventare tutti vegani e che il wifi faccia male ne sono due esempi, di mala interpretazione, per me dolosa, dell'operato di qualcuno che non ci piace.


E quindi non so. Posso giudicare la persona indipendentemente dal movimento alla quale appartiene? Quanto il movimento attrae e in qualche modo forgia le persone che ne fanno parte? Esistono juventini buoni? Non so. Ora Chiara Appendino è il mio sindaco (o sindaca) e per fortuna non Beppe Grillo. Ma quanto durerà? Chi mi aiuta a capire?




Mio padre nutre una particolare forma di razzismo. Per lui il mondo è diviso nettamente in due razze che non possono entrare in contatto: quelli come noi e quelli che non sono come noi. Il suo pregiudizio non ha niente a che fare con la razza, la religione, la provenienza geografica. Nella sua vita ha collezionato amici calabresi, russi, magiari, musulmani. Il suo razzismo è comportamentale: se sei una persona discreta, non invadente, amante della buona cucina, rispettosa dell'altrui diritto di stare nel proprio angolo allora sei "come noi". L'eccessiva ambizione, l'estroversione chiassosa, l'invasione dello spazio fisico con effusioni non richieste ti condanna al gruppo degli indesiderabili. Niente di sorpendente: siamo piemontesi da seicento anni.

Di noi piemontesi si dice che siamo freddi, incapaci di esprimere sentimenti sinceri (piemontese falso e cortese), estranei ad una umanità schietta e semplice. Eppure Torino la nostra città capoluogo esprime un fascino a cui pochi sanno resistere.

Lo spirito di ritrosia del mondo sabaudo lo si percepisce bene nel documentario Venanzio Revolt che Vincenzo Greco, Marta Evangelisti e Fabrizio Dividi hanno dedicato ai primi ottanta anni di Lorenzo Ventavoli, esercente produttore sceneggiatore (per truffa come dice lui) attore deus ex-machina del cinema torinese e nazionale. Ventavoli è una di quelle personalità attorno alle quali si sedimenta la storia: Pastrone, Bergman, Buñuel, Truffaut, Woody Allen, le sale storiche nelle quali diverse generazioni di torinesi hanno consolidato il loro amore per il cinema, senza il quale non avremmo un Torino Film Festival, il Museo Nazionale del Cinema tanto per citare due esempi di rilevanza internazionale.

La scelta dei tre autori di raccontare questa storia è stata la più piemontese che si potesse immaginare: Ventavoli è a casa, a tavola, a chiacchierare con un altro nome della complessa mitologia torinese: Steve Della Casa. Non un'intervista, non un'agiografia non un'apologia e neppure una spasmodica ricerca di una verità ultima. Una chiacchiera. Un flusso di ricordi con ritmo da post-Barolo chinato, da vedere a notte tarda nella quale l'avventurosa vita di un cinematografaro del dopoguerra diventa una passeggiata tra amici.

La storia si srotola con un understatement struggente tanto che a volte si rischia di perdere qualche dettaglio che ha semplicemente fatto la storia del cinema. Ma cosa importa? L'esistenza di "quelli come noi" è fatta di storie tranquille, mai sopra le righe, anche se stai recitando una poesia ad Hanna Schygulla, anche se stai facendo entrare al cinema Cesare Pavese o stai facendo scoprire a Woody Allen, a casa tua, il cinema yiddish.

Quelli "come noi" sono fatti così: quando raccontano lo fanno sotto voce e soltanto a "quelli come noi"



Dialogo mattutino nel bar.

A- Le segui le elezioni americane? Io ho letto tutti i libri di Trump, rapidamente. Guarda che non dice cose stupide Sta stravincendo. Solo a Manhattan non vince. Sai cosa direbbe delle trivelle?
B- Ma poi perché dovremmo decidere noi. Chiedi alla casalinga che dopo Chernobyl... Le centrali non si possono spegnere come una macchina.
A- E un disabile? Come tua madre e mia madre che vanno a fare un esame e la tengono sette giorni, torna casa e i marocchini hanno già ridipinto la casa e messo i loro mobili. La polizia non fa niente.
A quelli che mettono la maglietta di Che Guevara gli dico: sai che Che Guevara  ammazzava i gay? Se ti metti una maglietta di Mussolini fai apologia eppure Stalin ne ha ammazzati di piú. Hitler, in confronto, era un chierichetto di questa chiesa qua (indica).
B- Ieri c'era sto ragazzino che dice: io sono per Hitler. Ah, bé.
A- Cinque anni. Una legislatura, cinque anni. La più lunga della storia della repubblica. Quando vado all'estero tutti mi chiedono: come si vive in dittatura? Dappertutto sarebbero scoppiate le piazze. E invece da noi va tutto bene.
B- Si vede che Renzi è il meglio che ci meritiamo.
A- E poi la gente si stupisce quando vai nei locali e non bevo. Una Coca-Cola con il ghiaccio e la cannuccia e sono a posto. Ma quelli mi dicono ci devo mettere il rum, per forza. Con una fetta di limone se vuoi esagerare. Adesso ne ho trentacinque, ma quando ero più giovane andavo nei locali e chiedevo: latte freddo ne hai? Quelli impazzivano. Alle sei del mattino è pericoloso andare in giro, i giovani non guardano il semaforo e io mi devo fermare al verde. Ma dico, invece di fumare perché non leggi un libro. Eh, un libro dicono quelli. Un libro, un libro dico io.
B- C'è troppa democrazia.




Il ragazzo ride
Il ragazzo ha problemi psichiatrici. Lo incontro sul corso, mentre vado al lavoro o nella pausa pranzo. Esce di casa e corre. Ha un po' i piedi piatti ma ha una bella corsa distesa, piena di elettricità come se correre a quel modo fosse la cosa più bella al mondo. Mi chiedo se faccia attenzione quando attraversa la strada. Ride spesso e se non ride ha quel sorriso di uno che ha appena ricevuto una bella notizia. Al bar commentano: ride per niente. Aggiungerei: ride per niente che noi possiamo comprendere perché lui sa di cosa sta ridendo. Basta guardarlo. E ricomincia a correre come se il livello di energia vitale avesse raggiunto il limite e dovesse esplodere in un atto di puro piacere. Sono sicuro che lui sa dove sta andando.

Il ragazzo pedala
Al paese c'è un ragazzo che vive su una bicicletta. Non l'ho mai visto sulle sue gambe. Non l'ho mai visto fermo. Non va veloce ma tiene il passo costante di uno che messo nella giusta direzione potrebbe fare il giro del mondo senza scendere. Non gli ho mai rivolto la parola, non l'ho mai visto parlare con nessuno. Concentrato com'è a pedalare non è facile ascoltare le chiacchiere della gente che si incontra in paesi come quello. Alla sua bicicletta vuole bene. È una bicicletta ordinaria, con il cambio e il manubrio da città. Il ragazzo ha aggiunto dei grandi specchi retrovisori, una borsa porta mappa, delle sacche appese alla ruota dietro. Per un po' di tempo aveva anche una di quelle bandierine triangolari che ti segnalano agli automobilisti. Ma poi l'ha tolta, forse attirava troppo l'attenzione. Dicono che faccia sempre la stessa strada. Ma nessuno lo ha mai seguito nei suoi viaggi, dall'inizio alla fine.





Questa mattina l'edizione di carta del quotidiano Cronaca Qui titola: Quattro martiri italiani. Il quotidiano Cronaca Qui è un quotidiano locale e nazionale che ama costruire titoli che accendono le micce. Io mi ispiro a lui per le mie lezioni di Interactive Storytelling, citando alcuni dei titoli come esempi perfetti di contenuti che non informano ma provocano una interazione. Ad esempio:"il comune toglie la mensa ai bimbi e foraggia gli zingari". Dopo un titolo così nessuno legge più l'articolo perché impegnato in una accorata conversazione.

Ho sempre pensato che titoli del genere fossero dettati dal semplice calcolo economico: siamo gli unici che hanno il coraggio di dire quello che la "gente" pensa, dunque comprate noi e non la stampa allineata e noiosa. Una specie di VaffaGiornale. Ma poi il titolo di questa mattina mi ha fatto sospettare qualcosa di diverso. Forse quel titolo lo ha scritto l'ISIS. Ma non l'ISIS islamico, panarabo, mediterraneo. L'ISIS cristiano che ci circonda.

Nel nostro paese, che è stato profondamente fascista, c'è chi invidia la semplice ideologia millenarista di certe frange integraliste. Si fa mostra di odiare il califfato perché in realtà si vorrebbe essere come loro. Si vorrebbe poter avere l'esclusiva di quel modo di vedere il mondo che è fatto di Verità, dèi di ogni genere e martiri di ogni fatta. Si vorrebbe vestire i panni del crociato senza macchia e senza paura, investito di una missione senza dubbi e senza compromessi.

Ma i musulmani ci hanno portato via l'idea, ci hanno superati a destra (o nella corsia di sorpasso per il Paradiso). Il loro limpido manicheismo ci coglie in fallo, molli, indecisi e pieni di dubbi e come in certe storie d'amore malate si dice "ti odio" ma in realtà si sta dicendo "ti amo". E allora si assume lo stesso linguaggio, trasformando un povero autista di autobus in pensione in un evangelizzatore caduto sul campo della lotta per la Verità, che alla fine non è diversa da quella degli integralisti.

Dio è con noi è stato il motto di molti eserciti. Come vorremmo crederci di nuovo. Grazie agli integralismi ottusi e manichei che ci circondano avremo finalmente la libertà di ritrovarci protagonisti di qualche guerra santa. Peccato che nel nostro paradiso non ci saranno le 72 vergini.
In questo, il marketing della guerra santa ci ha battuto. E anche questo brucia.

Prenderne tante




Questa sera ho raccontato a Sofia del "Rumble in the jungle", di quella volta in cui, Muhammad Ali prese botte dall'uomo più forte del mondo per tutto il tempo, senza cadere. Perché è così che accade spesso nella vita. E le ho anche raccontato come all'ottavo round Alì abbia aperto le sue ali come un angelo del destino e abbia ficcato il cazzotto del secolo in mezzo alla faccia dell'uomo più forte del mondo, prendendosi la rivincita e il titolo.

Perché è anche questo che accade, qualche volta, nella vita. Basta arrivarci in piedi.

(La riscossa, nel video, comincia a 24:24)


Ho visto, ieri, quest'immagine di sfuggita, e quasi non riuscivo a credere. Mi sono fermato e l'ho riguardata. La porta di Brandeburgo, Berlino è un luogo mistico, come il Muro del Pianto, la Cupola d'Oro, il palazzo delle Nazioni Unite sull'Hudson, San Pietro, il mausoleo di Lenin. Uno dei simboli della storia del maledetto secolo breve. Dinanzi si alza una menorah con una grande stella di Davide al centro. È la festa delle luci, la consacrazione del tempio nuovo, piantata là nel cuore dell'ultimo simbolo rimasto di quell'idea che avrebbe voluto far sparire dalla faccia della terra le razze "inferiori". È una nemesi semplice, netta, luminosa.

Gli ebrei tedeschi sono tornati a casa. La porta di Brandeburgo non sarà più la stessa: all'ombra di quei lumi è sbiadito il nazismo. Gli ebrei sono tornati a casa. È ora che anche tutti gli altri tornino a casa, palestinesi, armeni, gli oppressi e i perseguitati che accendano i loro lumi dove desiderano. Senza confini. Il mondo non è proprietà di nessuno è la casa di tutti noi, insieme.

Buona festa delle luci a tutti quanti.

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Ho un amico che è una persona ordinata. Siamo stati colleghi per un po', lavorare con lui è stato un piacere. Preciso nel catalogare, riordinare le presentazioni, i documenti, che sapeva ritrovare in maniera infallibile. La sera prima di uscire riordinava la scrivania con una precisione millimetrica. La sua casa non è da meno e andarlo a trovare è un'esperienza faticosa. L'aspetto perfettamente ordinato delle sue cose personali mi imbarazza. Non so dove appoggiare il cappotto, non so dove e come sedermi, non so cosa posso toccare e non riesco a rilassarmi. Tutto così perfetto che vivo la perenne sensazione di essere di troppo.
È a lui che penso quando lavoro per un museo.

Il mio lavoro procede per maree. C'è stata la marea delle bibite. Poi quella delle Onlus. Poi la lunga marea delle automobili. Ora in Domino si parla molto di cultura. Da qualche tempo Associazioni, Musei e Fondazioni hanno cominciato a chiederci come diventare più accoglienti. Un po' meno secchioni e un po' più amichevoli. È una richiesta nobile e bellissima: questi conservatori di cultura chiedono di poter scendere per strada, tra la gente utilizzando anche il social network. Il curatore di quella grande trovata che sono gli Idea Store londinesi dice:

Idea Store nasce da una convinzione: che ai cittadini del XXI secolo, più che mai, interessano la lettura, l’imparare cose nuove e lo stare insieme. Nasce anche dal rifiuto di accettare un futuro dove gli unici luoghi di ritrovo siano di matrice commerciale. (qui tutta la storia)

Musei, Fondazioni, Associazioni che hanno come obiettivo la crescita culturale di un territorio hanno una grande opportunità ma va superato quel solco piuttosto profondo che divide la qualità dell'offerta culturale e gli utentiSpigolando qua e là (nel mio lavoro spigolo molto) mi sono imbattuto nel blog Ministry of Curiosity. Cito un pezzo del Manifesto:

The Ministry of Curiosity is a group of museum enthusiasts dedicated to bringing you the best of London's museum-centric social life. 

We believe in the power of the city's vibrant cultural offer, and aim to change current perceptions about those working in museums. We strive to bring you an insider's perspective into the fun and stylish side of the industry. Think of us as a salon of ideas or a Victorian gentleman's club but without all the patriarchy and opium. 

Nobile intento che le due curatrici (Kristin Hussey e Terri Dendy) realizzano affrontando il museo dalla sua parte più umana, quella nella quale l’evento culturale diventa occasione sociale (That's a part of what museums are: networking and knowing people. It's a creative industry. Qui tutta l’intervista). Il linguaggio è affilato, personale, competente (le due lavorano nell’ambito museale) e ironico.

Tutto molto semplice e di buon senso: rimodulare il linguaggio a seconda degli ambiti nel quale viene usato: preciso e infallibile nell’ambito professionale, ma  aperto, umano e appassionato se si vuole diventare più accoglienti. Ministry of Curiosity è un bell’esempio di come si possa rendere la cultura “alta” più appetitosa spostando il racconto da un punto di vista più coinvolgente.

Io, intanto, spero che il mio amico non mi faccia più indossare quelle maledette pattine.

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