Cosa fare di me quando sarò morto


Ultimamente ho avuto di nuovo a che fare con la morte. Quindi, prima che sia troppo tardi, raccolgo qui qualche indicazione su cosa fare di me dopo l'ineffabile dipartita.

1. Partiamo con una bella contraddizione. Non sono cattolico, non credo in serafini, cherubini santi e affini, concordo con Christopher Hitchens che le religioni avvelenino ogni cosa ma mi piacerebbe che un prete cattolico in paramenti completi cosparga il mio feretro di acqua benedetta e sopratutto incenso. Ho partecipato a centinaia di funerali e senza incenso non è un funerale. Ma non permetto nessun discorso sulla vita eterna e nessun tentativo di conversione ai convenuti.

2. Non vivrò abbastanza da vedere la cassa di Ikea, per cui dico ai miei cari (alle mie care): non spendete soldi nel sarcofago. Data la fine che vorrei facessero i miei resti mortali credo che uno scatolone o una semplice scatola di compensato possa fare il caso. Sul serio ragazze, spendete quei soldi in un viaggio, tutte quattro insieme.

3. Sia la cerimonia l'occasione, per chi vorrà partecipare, di prendersi un giorno libero. Nessun datore di lavoro si opporrà al fatto che vi prenderete qualche ora libera per commemorare un amico. Se lo fa, cambiate lavoro. Tutti gli altri prendetevela con calma, raggiungetemi a piedi, fumatevi una canna, bevetevi una mezza bottiglia di whiskey e pensate alle cose che non ci siamo detti. Davvero, non serve che vi raduniate intorno alla scatolone. Sospendete per qualche ora la vita quotidiana per me, mi basta e avanza. Se passerete il resto della giornata inconsci su una panchina vi vorrò ancora più bene. Liberissimi di piangere ma, per favore, il dolore è un atto privato che non ha bisogno di manifestazioni.

4. Dell'ammasso di carne organi e ossa che mi compone donate tutto quanto alla scienza, che qualche giovane aspirante medico faccia esercizio su di me piuttosto che su qualche vittima sacrificale del servizio sanitario nazionale. E quando non ci sarà più niente di utile, riducete tutto quanto in cenere e spargete quel che resta in due luoghi. La scorciatoia che dalla stazione ferroviaria di Narzole porta al paese. La stazione non funziona più e nessuno ci passa più per quel sentiero, ma si gode una bella vista sulla Langa e sul Tanaro. L'altra parte spargetelo nelle acque del Bosforo, che ho sempre voluto viaggiare e magari questa volta...

5. Piantate un albero a mio nome così che i miei cari, le mie care, possano avere un posto nel quale venire a piangere la mancanza o a presentare i nipoti che non vedrò e a raccontare le tristezze che questa vita faticosa le costringerà ad affrontare.

6. Vorrei che faceste scrivere queste parole su un pezzo di legno e lo piazzaste in basso, vicino alle radici dell'albero: "We few, we happy few, we band of brothers; For he to-day that sheds his blood with me, Shall be my brother" che è tratto dal monologo di Enrico V alla vigilia della battaglia di Agincourt. Questa vita qui non è altro che una lunga vigilia di una battaglia, nella quale riconoscere fratelli e sorelle.
Per il resto grazie di tutto.

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