Storie di Famiglia 4


Perché non ho mai insistito per fare un viaggio fino in Sassonia? Una sorta di viaggio della memoria come fanno gli ebrei scampati alla shoah verso quelle frange di Polonia o Ucraina che era la patria Yiddish? È stata solo pigrizia, solo accondiscendenza verso la naturale repulsione di mio padre ai viaggi, all'allontanarsi da casa? La stessa che ha impedito lui e suo fratello di riportare il loro di padre verso il Carso dove aveva combattuto la Prima Guerra mondiale.


Eppure per due volte li ho caricati, entrambi i miei genitori, e li ho fatti viaggiare, quasi loro malgrado. L'ultima volta in tutt'altra direzione, verso il sud, in Turchia dove abbiamo passato in macchina il confine del continente europeo. E una volta, per il loro trentesimo anniversario di nozze e il mio ventesimo compleanno ho guidato, fresco di patente in una settimana di vacanza in Austria, Innsbruck, Salisburgo e Vienna. Perché non abbiamo puntato decisamente più a nord? Verso la Germania che invece abbiamo solo sfiorato?

Certo sarebbero stati molti chilometri in più e soprattutto era il 1986, anno in cui la Repubblica Democratica Tedesca era ancora una realtà dall'aspetto severo e tuttavia florido. Un' anno in cui, malgrado l'emorragia dei dissidenti e dei fuoriusciti, l'idea che un giorno ci sarebbe stata l'unificazione (a favore dell'Occidente) era una fantasia remota e bizzarra. Insomma un sacco di giustificazioni per lasciare che Königsbruck rimanesse un paese in un mondo di fiabe come uno stetl nazista dipinto da uno Chagall ariano. Per anni ho pensato che quel nome fosse una semplice storpiatura di un nome tedesco vero, fatta da un uomo che aveva imparato il tedesco nella emigrazione, seppur forzata, come gli immigrati italiani avevamo riforgiato l'inglese americano creando luoghi mitici come Broccolino.

E questa è la ragione perché non l'abbiamo mai neppure cercato sulle cartine geografiche? Sarebbe stato un semplice nome, niente di palpitante su quella rappresentazione dello spazio razionalizzato e disinfettato della carta geografica dove tutto è chiaro, sotto controllo. Non si trovano le fosse comuni, i campi di concentramento, le casematte, i posti di blocco nelle mappe. Non c'è neppure la natura sulle mappe. Niente alberi, cespugli oppure orti e neppure quella natura fiabesca e crudele del mondo della guerra con la sua fauna letale. Le bocche di lupo, i nidi di mitragliatrice, i cavalli di Frisia.


Ma poi con quale diritto avremmo potuto fare quel viaggio della memoria? A Vienna, nel bed and breakfast gestito da un segaligno signore austriaco strappato alla campagna per diventare un fiorente imprenditore del turismo, incontrammo una coppia, padre e figlio di cittadini israeliani, il più giovane nato ad Haifa, il più vecchio emigratoci dopo esser stato tedesco ed esser sopravvissuto alla persecuzione. Tra loro e mio padre fiorì subito quella sorta di complicità che alligna tra i sopravvissuti di ogni genere. Me era solo una solidarietà di facciata, in fondo mio padre era solo stato sfruttato, non era stato il soggetto di un desiderio di sterminio, vittima di una sentenza di un esilio eterno per cui la morte non era che una forma di espulsione. Lui non c'entrava in quella manovra storica. Si è sempre considerato un passante coinvolto per caso, due braccia utili a fare un lavoro del quale non importa chi sia il padrone né l'obiettivo del business. Non negava di aver rischiato più volte di morire, per le decimazioni, per la fame, i bombardamenti e per le schegge impazzite che la guerra sparge ben oltre le ordinate linee del fronte.


Era lo stesso tipo di solidarietà che espresse ad una famiglia di ungheresi incontrati a Spotorno, sulla spiaggia dove passavamo almeno una parte dell'estate. Soprattutto con il signor Sàndòr che confessò una sera a mezza voce di aver avuto dei lutti nella rivolta ungherese del '56. Lutti che potevano benissimo non esistere, inventati di sana pianta da quello che poteva essere con tutta probabilità il vertice della gerarchia comunista, l'unica in grado di permettersi e di ottenere il permesso di fare una vacanza in Italia. Mio padre preferì crederci e solidarizzare. Proprio come fece, questa volta dalla parte opposta con i due israeliani. E lo fece con quel tocco di ingenuità che gli permise persino di mandare una cartolina al signor Sàndòr che disse di chiamarsi Magyar, Sandro il Magiaro e che ci venne rispedita indietro dichiarando inesistente di destinatario.


Ebrei in questa storia non ce ne sono. Quando chiedevo se c'erano ebrei dalle nostre parti, mio padre e mia madre dovevano mettersi insieme a sgranare il rosario dei nomi dei compaesani come fanno quando devono ricostruire una vicenda. Per entrambi il fatto che una famiglia o l'altra, pochissime per la verità, fosse di ebrei suscita lo stupore di uno o dell'altro. Certo non andavano a messa la domenica ma proprio non sapevo che erano ebrei. Qualcuno è stato deportato. Altri sono semplicemente sfollati. Poi basta. Nella Germania nazista visitata da mio padre ebrei non c'erano. Una bonifica ossessiva e radicale li aveva fatti scomparire. Chi non era morto, deportato era scomparso dietro una tintura gialla, uno scantinato senza finestre, piccoli frammenti di un popolo scomparso, formiche senza formicaio. Mio padre non parlava di ebrei con i tedeschi. Non ne aveva mai parlato con nessuno. Le leggi razziali non avevano fatto danni evidenti nel suo mondo e dunque mio padre non affrontò il problema. Erano tante le cose che mio padre non sapeva. Delle quali non poté parlare. Varcato il confine ad Innsbruck scomparve anche la resistenza. Entrato nel mondo perfettamente oliato del nazionalsocialismo militante mio padre pensò all'adattamento. E a sopravviver grazie al buonsenso.


Forse dentro di lui covava un'altra paura. Quel naso camuso, la pelle olivastra, i capelli crespi e magro: sembrava lo stereotipo dell'ebreo errante, quello che la satira nazista dipingeva come un essere ingordo e rattiforme. E poi il matriarcato sul quale era fondata la famiglia, e il cognome preso da una città come facevano gli ebrei per italianizzare il proprio. Eppure nei racconti di mio padre nessuno sospettò, non esiste un episodio nel quale quel piccolo italiano dall'aspetto fin troppo mediterraneo non sia stato accusato di giudaismo. Forse perché il questa storia ebrei non ce ne sono.

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