Foravìa (Dario Voltolini)


È giusto e sano conoscere l'autore di una storia? Che domanda! Può capitare. E se capita bisogna godersi l'influenza che il contatto personale può esercitare sull'esperienza della lettura. Insomma leggendo Foravìa il trittico che Dario mi ha regalato, non riesco a levarmi dalla mente la sua faccia.

La sua scrittura contiene un aroma di magico quotidiano, quella meraviglia che ti prende quando alzi la testa e scopri che il balcone della casa di fronte alla casa che hai abitato per una vita ha affreschi misteriosi e bellissimi. In questo ambiente mi è facile immaginare Dario, lui medesimo, che zampetta con quella sua figura vagamente babbonatalesca tra gli spazi semiabbandonati di una gloriosa fabbrica in declino (primo
racconto).



Dario ha un'altra caratteristica che gli invidio. Riesce a raccontare delle cose banali come fossere davvero degne di essere raccontate. Avevo in un'audiocassetta TDK D90 la registrazione di straforo di un pezzo di Francesco Guccini diventato ormai celeberrimo che diceva:
"C’erano dei libri come ‘Sulla strada’ di Kerouac: ‘partimmo John, Dean e io, sulla vecchia Pontiac del babbo di Dean, e facemmo tutta una tirata da Omaha fino a Tucson’.
Poi lo giri in italiano e fa: ‘partimmo sulla vecchia millecento del babbo di Giuseppe, e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Perago’. Non e’ la stessa cosa, gli americani ci fregano con la lingua"

Eppure leggendo di quei posti lì come li racconta Dario, mi dico che in fondo il mito, se lo vogliamo, lo costruiamo anche qui, tra bealere (*), l'archeologia industriale del canavese e i caselli d'autostrada.




(*) Si, si, bealere, non è un refuso. Dicasi di fossi per l'irrigazione dalle nostre parti.

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