Storie di Famiglia 19


-Adesso rispondi a questa domanda. Non ci pensare. Non ci devi pensare, devi soltanto rispondere.La prima cosa che ti viene in mente.
-Va bene.
-Non ci pensare.
-Va bene, ho detto.
-Allora.E' finita la guerra. Ti sei svegliato una mattina e la guarra è finita. Sono morte milioni di persone. Qualcuno di quei morti lo hai anche visto. Ammonticchiati sugli angoli della strada, fucilati, decimati, bruciati nei bombardamenti. Hai visto i convogli di prigionieri, deportati, feriti, profughi. Hai visto città diroccate, piene di fumo, odore di cordite, carne bruciata, cenere. Ti hanno anche puntato una pistola addosso. Ti hanno strappato da casa senza un motivo. Ti hanno portato lontano. Ti hanno fatto capire che la tua vita, come quella di quasi tutti quelli che ti circondavano, non valeva un bel niente. Hai rischiato di morire dieci volte. Forse di più. Adesso è finita.
-Allora?
-Allora cosa.
-Allora qual'è la domanda.
-La domanda è: cosa fai? Ti svegli una mattina e la guerra è finita. Tu cosa fai? Non ci pensare. Rispondi subito.
-C'è una moto.
-Una moto?
-Una moto. L'ultima staffetta dal fronte dell'Oder l'aveva lasciata nel cortile e se ne era scappata insieme agli altri. Insieme ci si fa coraggio. Qualcuno l'ha ricoverata nel fienile. Per tempi migliori. Una BMW R71. Aveva un sidecar attaccato. Ci sono ancora i segni.
-E che ci fai con la moto. Fino a casa è...
-No, no. Ci faccio un giro. Chiedo al francese di venire, se vuole. Sul sellino del passeggero. Il francese lo hanno catturato all'inizio della guerra. A Cambrai o a Sedan. O in nordafrica. Il francese è uno che se la cava sempre. Dal 1940 o dal 1941 vive come prigioniero di guerra. Prima nei campi di prigionia, poi come lavoratore coatto, volontario, forse spia. E' sempre in giro, consoce sempre le persone giuste. Se la caverà, anche dopo la guerra. Gli dico di salire che ce ne andiamo a fare un giro. Senza che nessuno che ci dica quando tornare. Dove andare. Accellero, mi lascio alle spalle Konigsbruck e Dresda. Dopo un po' sono strade che non conosco più.
-Questo fai? Finisce la guerra e te ne vai a fare un giro in moto?
-Mi sono sempre piaciute le moto. Mio fratello ne aveva una, io no. Lui era il primogenito. Da quando ho visto la BMW ho desiderato provarla. Lungo la pianura non c'è nessuno. Fa già caldo. Dove una volta si sarebbero visti stormi di contadini ora non ci sono che prati deserti. La guerra non è ancora finita. Ci vorrà ancora qualche settimana. Miloni di profughi sono ancora in marcia e le campagne sono abbandonate. Bisognerà aspettare il '46 o il '47 per avere un raccolto degno di questo nome.
Poi la guerra torna tutta di un colpo. Lontano, sulla pianura ondulata, ci sono degli uomini. Stanno sul bordo della strada. Sono armati e in divisa. Imbracciano i fucili. Mi avvicino. Sono soldati cecoslovacchi. Un esercito messo su dai sovietici in fretta e furia. Mi intimano l'alt. Ma io ne ho abbastanza. Di guerra, di documenti, di tutto. Rallento quel tanto che basta per fare un'inversione. Io me ne torno indietro dove la campagna era deserta. Li sento gridare. Non li vedo ma immagino i soldati far scivolare giù dalle spalle il Mosin Nagant, un fucile in grado di sparare 10-12 colpi al minuto, fino a 500 metri. Urlano soprattutto gli ufficiali che non vogliono fare brutta figura proprio ora, nell'ora della resa dei conti.
Poi cominicano a sparare. Il francese urla, mi tempesta la schiena di pugni, ma io non mi fermo. Ne ho abbastanza della loro guerra. Ci allontaniamo. Non ci colpiscono. Ricomincia la campagna deserta. C'è solo il rumore roco del motore che ci accompagna. Ecco cosa farei.
Avrei preferito una delle ragazz russe, ma sono scomparse da tempo. Ecco cosa farei se mi fossi svegliato una mattina e la guerra fosse finita.

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