Ricordare i morti

Kharvan è un cimitero situato a sud est di Teheran. In una fossa comune non indicata con alcun segno venivano seppelliti gli oppositori politici Della Repubblica islamica giustiziati. Erano soparttutto membri del Tudeh, il partito comunista iraniano. Marxisti e di conseguenza atei, nessuna sfumatura come il comunismo cattolico dells nostre parti. Quando le Guardie della Rivoluzione comunicavano l'avvenuta esecuzione alle famiglie, ricordavano loro che era vietata qualunque commemorazione, anche in forma privata. La morte non era una pena sufficiente: bisogna impedire alle famiglie, agli amici e ai compagni di elaborare il lutto. Accettare la morte come conseguenza delle proprie azioni fa parte di un certo modo di fare politica. Ma i regimi per impedire questos tipo di accettazione lascia che le tombe siano aperte, impediscono di superare il dolore, lasciando simbolicamente il cadavere esposto, irrisolto. Una ferita aperta. Una modalità del tutto simile a queIla messa in partiva dalle "sparizioni" in Cile e Argentina. La ferita aperta continua ad infettarsi. Del resto quegli stessi regimi glorificano la morte dei propri trasformandoli in martiri in grandi cerimonie pubbliche. Quella del martire non solo è una morte bella ma è anche un onore per chi rimane. Non a caso l'Argentina a corto di martiri "inventò" la guerra delle Falkland-Malvinas e l'Iran si impegnò per quasi un decennio in una inutile, a livello mitare, guerra con il vicino Iraq di Saddam Hussein. Il libro di Shirin Ebadi, la gabbia d'oro, vuole essere un monumento a quei morti. Una pietra tombale fatta dalla loro storia.



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