La fine degli affanni (Castellano, Di Falco)


Se Napoli avesse un regista come Paolo Virzì tra le sue glorie cinematografiche allora si troverebbe in questo romanzo una sceneggiatura già bell'e pronta. Il protagonista somiglia tanto a quella ordinaria gioventù normale che il regista toscano riesce a trasformare in storie e epiche e profonde.

La storia di Paolo Maria campione della pallanuoto è due volte corale. La prima perchè scritta a quattro mani, la seconda perchè si dipana attravreso gli occhi di una serie di personaggi. Un Rashomon in salsa partenopea che comprime in una lunga corsa fino alla cima del Parco Virgiliano a Posillipo l'esistenza malinconica di un campione di pallanuoto. In entrambi i cori la coerenza è perfetta. Non una nota stonata.

Una lunga corsa su cui si indugia come quella lunga cavalcata a bordo della Vespa di Caro Diario di Nanni Moretti, tra i boschi di Casalpalocco, la Garbatella, il Tufello. Posti che divenato mitici pur non essendo l'Arizona.

In un concerto Francesco Guccini diceva:

"C’erano dei libri come ‘Sulla strada’ di Kerouac: ‘partimmo John, Dean e io, sulla vecchia Pontiac del babbo di Dean, e facemmo tutta una tirata da Omaha fino a Tucson’. Poi lo giri in italiano e fa: ‘partimmo sulla vecchia millecento del babbo di Giuseppe, e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Perago’. Non e’ la stessa cosa, gli americani ci fregano con la lingua"

Ecco, ci sono dei libri , e film che pur parlando della nostra povera, quotidiana esistenza di nazione di provincia riescono a generare un mito, un senso universale di un posto. E così non è Tucson ma Posillipo, non è Holden Caufiled che si chiede dove vanno le oche di Central Park d'inverno ma la storia di nufìgliebbucchìn delle nostre parti.


Luca Castellano, Andrea Di Falco, La Fine degli Affanni, Mursia

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