Berlino Est 1991


Abbiamo passato il confine, che non c'è più, dalle parti di Wedding.
Scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo a piedi. Arriviamo in una via che sembra un set abbandonato. Una sola auto parcheggiata, una Renault 4, tatuata da una tribù di writer rabbiosi. Ci accorgiamo che ci sta seguendo un bambino di sei sette anni. È vestito a caso, pettinato a caso, lavato poco. Solo il mezzo sorrisetto con cui ci osserva sembra frutto di una intenzione. Ci supera di corsa, raggiunto da altri due bambini più piccoli e nelle stesse condizioni. Saltano dentro la R4. Il bambino, al posto di guida, si china in avanti, unisce i fili e accende il motore. Sgasa due o tre volte allungando la gamba che accelera, aggrappato al volante. Ho paura ingrani la marcia e se ne vada a stamparsi da qualche parte. Molto probabilmente quella macchina non si muove più da diverso tempo, ha le gomme a terra, sfinite. Quando gli siamo accanto il bambino lascia spegnere il motore, scappa fuori e si infila in uno dei portoni. Lo stesso nel quale siamo diretti noi.



Così come fuori, lungo il marciapiede, domina la sensazione di vuoto e abbandonato, nel cortile la sensazione è quella del troppo pieno e del troppo utilizzato. C’è di tutto: carcasse di auto, barili di benzina, lavatrici, casse di ogni forma, matasse industriali di fili elettrici, tubi di plastica, legname, impalcature smontate e ammonticchiate disordinatamente. C’è persino una barca a vela, un natante di cinque, sei metri con tanto di chiglia e vela issata sull’albero. A completare il mucchio informe di detriti una quantità di piccoli oggetti da mercato delle pulci sistemati con un piano, saldati, colorati con lo spray, collegati da corde, fili elettrici e abitati da una infinità di manichini e parti di manichini, alcuni abbigliati con l’immancabile grigioverde dell’ex esercito popolare o dell’ancora presente Armata Rossa. Una specie di presepe vivente nel più puro stile punk. Il cortile è circondato dalle facciate interne dei palazzi. Da questa parte in condizioni ancora più miserabili. Le facciate sono state invase da una quantità di animali giganteschi costruiti con materiali di recupero, scaturiti dal mucchio selvaggio del cortile, una specie di brodo primordiale del riciclo che continuamente prova a ricostruire esseri viventi, ricombinando rifiuti.

Forse è così che si sentono da queste parti. Qualche volta l’esperimento funziona e l’animale si arrampica su per le facciate per raggiungere la libertà. Lo dimostra un ragno, davvero gigantesco, che allunga le sue gambe da dentro il mucchio del cortile, fino al bordo del tetto, sei piani più in alto. Tra quelle gambe gorilla deformi, mezzi manichini, cani con troppe zampe. Tra quegli animali le finestre degli appartamenti, quasi tutte senza più vetri.

Il primo detrito ci cade a pochi centimetri dai piedi. È un pezzo di mattone incrostato di intonaco. Dalle finestre cominciano ad affacciarsi persone, sono quasi tutti giovani. Un ragazzo a torso nudo, una ragazza con un bambino in braccio. Qualcuno grida. Cadono altri detriti. André ci invita ad abbassare le macchine fotografiche e a tornare in fretta sul marciapiede. Lui rientra in cortile e comincia la mediazione con gli abitanti della casa occupata, lui in cortile quegli altri dall’alto, dalle finestre come in un vero assedio. Prima di tutto spiega che siamo stranieri. Non siamo di agenzie immobiliari, poliziotti o turisti. Parlano per un po’, poi il bambino della R4 sbuca in cortile e ci guida verso i piani alti.

Il palazzo, costruito probabilmente alla fine del XIX secolo è un formicaio. Ci vivono una cinquantina di persone, forse di più. C’è sempre gente che va e che viene. Le porte degli appartamenti sono tutte aperte e la gente vive in stanze comuni. Non esiste più il concetto di nucleo familiare, ci spiega il ragazzo a torso nudo. Malgrado la giovane età ha già due figli. I bambini vengono allevati in comune, i vecchi, quando ce ne saranno, verranno curati dalla comunità. E le donne?, azzardo. Il ragazzo ascolta la traduzione, sorride e non risponde. Nessuno di loro parla inglese. A scuola glielo hanno insegnato poco e male. Se la cavano meglio con il russo o con qualche altra lingua del patto di Varsavia. Ci lasciano gironzolare per gli appartamenti. Vige un rigido disordine creativo, molte stanze sembrano set fotografici pronti ad accogliere Janis Joplin o un giovane Mick Jagger. Il palazzo è semidisabitato.
Venite da Est o da Ovest?

Prima eravamo misti. Ne sono arrivati molti dall’Ovest, come fosse terra di conquista. Idealisti, hyppie. Noi invece avevamo solo bisogno di una casa e di un modo diverso di vivere. Volevamo essere lasciati in pace. Non è mai stato un atto politico il nostro. Pensa che qualcuno dell’Ovest è venuto qui a proporci di fondare una specie di enclave comunista. A noi. E anche chi cercava contatti con chi addestrava i terroristi dell’Ovest. All’inizio eravamo davvero tanti. Facevamo riunioni per capire come avremmo accolto i molti altri che sarebbero venuti. E poi? Poi la polizia ha cominciato a gironzolare qua intorno. Facevano perquisizioni per cercare droga, per portare i bambini a scuola. Niente in confronto a prima ma tanti non ce l’hanno fatta. Hanno trovato un lavoro, un’appartamento. Quelli dell’Ovest sono tornati indietro.

Vorrei chiedergli a cosa si ispira il loro senso di comunità, se hanno mai sentito parlare di Christiania, dei figli dei fiori, del Maggio Francese. Ma quel palazzo inondato della luce di tarda primavera dà l’impressione di essere sull’orlo di essere abbandonato da gente diretta in un posto comunque migliore.

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