L'ingombranza dei libri



Faccio parte dell'ultima generazione di formazione analogica. Un digital immigrant come direbbe Mark Prensky. L'ultima generazione che ha formato il proprio modo di stare al mondo su oggetti concreti, all'apparenza poco sensibili. Al telefono sento ancora la necessità di dire "Sono Livio": la mia educazione si è formata su apparecchi ciechi, di plastica grigia, con grandi cornette ricurve. La consuetudine imponeva di rispondere: "Pronto, casa Milanesio, chi parla?". Se sbaglio a scrivere una parola al computer ho l'impulso di cancellarla tutta perché ho imparato a maneggiare la tastiera su un'Olivetti Lettera 22. Riesco a calcolare quanto tempo mi manca alla fine di un libro dando un'occhiata alla posizione del segnalibro. Per questo sono tra quelli che ogni tanto, senza tante tragedie, si chiedono che fine faranno i libri di carta.

Il Kindle è una grande invenzione. Mi porto dietro, con un peso di pochi grammi, un'intera biblioteca. Posso condividere frasi memorabili, sottolineare senza rovinare il libro, posso ricercare parole astruse in testi corposi quanto Infinite Jest, la Bibbia o l'Ulisse.

Ma quei libri non li posso imprestare. Non li posso allineare sulla liberia, Non li posso lasciare sul tavolo come promemoria per qualche idea da sviluppare, qualche passo da leggere. Gli ebook, non  interagiscono con la realtà, non la invadono, non la influenzano. Se con il libro di carta, la lettura era un gesto solitario, ora con gli ebook, lo è ancora di più.

Il libro di carta è un pretesto. In casa lo esponi per raccontare qualcosa di te (quanti libri hai! Sei riuscito a leggere la Trilogia del Nord?) I libri di carta si possono prestare. Si possono vendere, scambiare, acquistare usati. Si possono segnare. Ho trovato annotazioni, dediche, biglietti d'amore, biglietti di concerti. I libri di carta si possono perdere e ritrovare. Si possono anche scagliare contro il muro. I libri di carta invecchiano.

Il libro di carta è un ponte. Lo dimostra la storia del pensionato Chiappella che, nella ex portineria dello stabile di viale Rembrandt a Milano, ha organizzato una biblioteca con libri di recupero. I primi trovati in un cassonetto, gli altri portati dai coinquilini. Lo spazio dismesso diventa uno spazio vivo e condiviso. I libri la gente li prende, se li porta a casa e se li legge in santa pace. Ma quell'ingombrante mattoncino di carta li costringe a uscire di casa, scendere, interagire.

Il libro di carta ha il vantaggio di essere ingombrante. Ti costringe a pensare un posto dove conservarlo, ti costringere a fare una scelta quando fai i bagagli. Ti costringe a riconoscerlo come differente, individuale. Ti costringe, insomma a volergli bene.

(la foto il testa l'ho presa da Olivetti, tra tablet e social store di Gaia Berruto, su Wired.it)

2 commenti

  1. Mi riconosco e ho letto con emozione questa storia: vera, bella e un po' triste.
    Grazie Livio!

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