Il suo giorno della memoria

In questa storia gli ebrei non ci sono. Sono solo una presenza flebile, una lunga fila di ombre lontane, che si muovono sullo sfondo. Un movimento impercettibile, completamente muto. Sono ormai presenze trasparenti che si confondono tra le ombre del crepuscolo, delle nuvole all'orizzonte. Sono talmente inconsistenti che non si distinguono più le fisionomie, le donne dagli uomini, i vecchi dai bambini. E' rimasta la parola. Ebrei. Che nessuno pronuncia.

Quando viene deportato in Sassonia, a pochi chilometri da Dresda, quella terra ancora risparmaita dalla guerra, è da tempo Judenrein.  Settembre 1944. Esente da ebrei. Tutto è compiuto. Martin Mutschmann il gauleiter è un fedelissimo. Il suo lavoro, vuole si sappia, lo sa fare bene. Il ragazzo, che proveniva da un paesetto lontano dal mondo, non poteva sapere che una finestra sbarrata nel centro di Koenigsbrueck potesse un tempo essere appartenuta ad una famiglia che era ormai scomprsa, dimenticata. O che un negozio, o una farmacia, o uno studio medico, avevano rimpiazzato i loro componenti umani con gente di una presunta pura razza. Non poteva immaginare che per le strade mancassero le comparse, rare, ma presenti dei rabbini con le lunghe barbe che attravresavano la strada salutando conoscenti tedeschi. Non poteva sapere dei ricci peot che spuntavano da sotto le kippà di ragazzini che in gruppo raggiungevano una scuola talmudica.

Al suo paese gli ebrei c'erano stati. Gente dall'aspetto irriconoscibile dagli altri contadini, o allevatori, o commercianti. Non andavano a messa, quello sì. L'unica differenza. Poi erano sfollati. Gli unici a sfollare dalla campagna alla città, mentre gli altri, quelli di una razza presunta pura scappavano dai bombardamenti della città verso la campagna. Non fecero ritorno. Forse disgustati o forse deportati.


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