La memoria negli oggetti

Ai tempi, ormai più di vent'anni fa, a noi i postmoderni ci stavano un po' sul culo. Nella mia attività di teatrante esercitata perlappunto più di due decenni orsono, il momento più rilassante era quello del sabato mattina al Balon. Il Balon (che si pronuncia balun) è un borgo che sta alle spalle di Porta Palazzo, una delle ultime zone veramete popolari della città, ora zona di confine di varia immigrazione. Là ci stanno gli arabi, i subsahariani, la chiesa romena, il mercato all'aperto e il mercato delle pulci, il Porta Portese sabaudo che si sciorina sulle rive della Dora, in quell'angoletto ottocentesco che si chiama Balun.

Al mercatino delle pulci ci si andava a far scenografia e costumi. Si cercava roba frusta, di legno, cuoio, e altre fibre d'atan perché a noi la plastica ci faceva schifo, le cose nuove ci suonavano false. Forse perchè gli oggetti conservano una memoria e quelli nuovi o senza vita (come quelli di plastica) memoria non ne contengono e ci paiono morti.

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