Grazie ragazzi



E' il due di giugno, giornata piovosa. Una lenta processione nell'atrio della Prefettura di Cuneo porta nella grande sala ex internati nei campi nazisti e i lavoratori deportati, quelli che un'iperbole ha definito gli schiavi di Hitler. Sono ex partigiani, ex militari, gente comune, donne e uomini rastrellati nelle campagne, nei paesi e nelle fabbriche.  Erano ragazzi ora sono vecchi di straordinaria dignità che sono venuti a prendersi un meritato grazie dal Presidente della Repubblica. Sessantacinque anni dopo.Qualcuno, prima di entrare si fa sistemare l'apparecchio acustico dalla nipote "casomai mi chiedessero qualche cosa". Dopo quei mesi e quegli anni hanno vissuto una vita intera, sono venuti figli e nipoti, è venuta la pensione, il riposo. Ci sono cappelli da alpino e medaglie sulla giacca di questa gente la cui battaglia più dura è stata la sopravvivenza.

Hanno vinto contro una ideologia inumana e hanno continuato a vivere, a costruire una vita onesta e dignitosa. Sono rimasti in piedi malgrado la paura, le malattie, le privazioni e la fame, un giorno dopo l'altro per arrivare fin qui, a comprendere il senso di una democrazia che finalmente li ringrazia. Pochi di loro hanno compiuto gesti  memorabili se non quello di aver resistito un giorno dopo l'altro, una stagione dopo l'altra per tornare a casa.

Più delle bandiere sui balconi, siamo figli di quelle facce rugose, di questi passi ormai incerti, delle mani deboli, di queste ossa fragili.. La Repubblica li onora con una medaglia a ricordare il loro semplice sacrificio. Nella sala troppo piccola sono ammessi solo loro, una massa di teste bianche, e un solo accompagnatore. Sono molte le donne, più coriacee, più giovanili. Cento dieci in questa sola provincia resisteranno ancora una volta ai noiosi discorsi ufficiali. Quando li chiamano, uno alla volta, molti alla memoria, il microfono non funziona. Si lamentano, vogliono che il loro nome venga scandito forte e chiaro.

Quando lo chiamano, Dino si presenta al cospetto delle autorità dando la mano al suo tesoro più prezioso, quello che da il senso a tutta quella sofferenza: una delle sue tre nipotine, la più grande. E' a lei che pensava sessantacinque anni fa, e a tutti quelli che sarebbero venuti, compiendo l'unico gesto davvero eroico che dovremmo saper onorare con rispetto: continuare a vivere con dignità aprendo la strada a quelli che sarebbero venuti dopo.

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