Ho smesso di leggere F.Piccolo



Ho smesso di leggere il nuovo libro di Francesco Piccolo (Il desiderio di essere come tutti)

Ci sono due tipi di scrittori. Quelli che raccontano storie e quelli che ti intrattengono con un sacco di riflessioni, congetture, scoperte filosofiche quasi fossero quei parenti che si incontrano al pranzo di Natale. Io di parenti ne ho una discreta collezione, una famiglia numerosa con i suoi bei problemi che, come è noto, generano una quantità considerevole di chiacchiere che girano a vuoto. Queste chiacchiere familiari possono diventare interessanti e degne di essere ascoltate per due ragioni.





1. Sei un mio parente, ti conosco da quando sono nato (o sei nato tu), so inserirti in un contesto nel quale ogni piccolo segno, ogni parola è di per se una storia. Quando Fabio, che lavora nel cuore dell'Inghilterra, dice "Taranto," so che da qualche parte della sua memoria affiora una mitologica scottatura causata da un canotto e una Fiat 124 bianca, smarmittata con i sedili di scai (sky) neri, altrettanto roventi.
2. Sei un mio parente. Mi hai prestato dei soldi. Metti caso che ne abbia ancora bisogno. Meglio tenerti buono.

Ognuno di noi è una collezione di storie che creano un contesto il quale da senso alle storie stesse. Se incontro un tipo sul bus che mi elargisce un bel po' delle sue opinioni, delle sue elucubrazioni senza farmi capire prima chi è finisco per considerarlo un sociopatico incapace di interagire con il prossimo. Che è più o meno la sensazione che mi prende quando leggo narrativa infarcita di "pensavo" "sentivo" "riflettevo".

Io sono per gli scrittori che scrivono storie, che legano episodi accuratamente scelti e montati in sequenze che sono in grado di descrivere un certo mondo, un certo tempo, un certo stato d'animo. Le riflessioni preferisco riservarle a me stesso. Per questo ho una predilezione per gli scrittori che raccontano storie. Pure e semplici. In questo concordo in pieno con l'idea di Orson Scott per cui "a character is what he does"

Ho sentito un'intervista a Francesco Piccolo, alla televisione (vedi il precedente post in cui giustamente abbiamo mandato in pensione il terribile elettrodomestico) e mi sono appassionato, de relato, al suo nuovo libro. Ho pensato che non avrei potuto vivere senza. Così mi sono precipitato da un Feltrinelli e ho letto la quarta di copertina: "Il 22 giugno 1974, al settatottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista". How cool is that!

Ecco, ma ora devo fare un inciso. Einaudi la case editrice della mia città, patria di Pavese, Calvino e Vittorini comincia a starmi antipatica. La prima è una ragione personale, che non sto qui a dire, roba di amici che... lasciamo perdere. L'altra è che hanno pubblicato Jovanotti (si veda la brillante recensione di quei bastardi di Vice e qualche altra opera discutibile (tipo Yellow Bird) e adesso traggono in inganno con uno pseudo incipit folgorante, secco, preciso. Una storia. Per un libro che è tutt'altro.

Tant'è, il libro l'ho comprato. Quale disappunto scoprire che la frase citata non è per nulla l'incipit di una storia avvincente ma una frase come tante all'interno di un continuo riflettere, considerare, giudicare di un personaggio che neanche si ha il tempo di conoscere. Più ancora che autobiografico, Il desiderio di essere come tutti è una raccolta di affari di Francesco Piccolo.

"Ebbi la sensazione di non stare più dentro questa cosa enorme e consueta che stava di fronte a casa mia, ma dentro qualcos'altro, meno riconoscibile nella mia quotidianità, più riconoscibile in assoluto. In pratica, per un attimo entrò nella mia testa un'intuizione che coincideva con quella solitudine e allo stesso tempo la negava: proprio mentre ero solo al mondo, mi stavo accorgendo che non ero solo al mondo"

Un ragazzino di nove anni, a pagina tre. Immagino che prima della fine del libro scoprirà il significato della vita, e scoprirà perché mai per dimostrare il teorema di Fermat, che parla di numeri interi elevati a potenza e somme, occorre passare alla teoria delle funzioni ellittiche. Non so dire come vada a finire questa storia che non è una storia, perché ho smesso di leggere. Perché a me piacciono le storie. E così torno da Feltrinelli e mi carico sulla schiena quel grand tomo di Vita e destino di Vassilj Grossman, un cronista, un quasi comunista, ma soprattutto un narratore.

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