Appunti per una vita nuova

Il Missionario
Da piccolo avrei voluto fare il missionario. Mi è mancata la fede. Soprattutto in me stesso. Avendo perduto la mia unica professione vocazionale ho cominiciato una vita professionale nomade che mi ha portato a fare tanti mestieri. E a voltare pagina di frequente.
L'aspirazione a fare il missionario è rimasta come una delle colonne della mia esistenza.

Per missionario non intendo il gesuita in cachi e casco coloniale che "esporta" religioni o "democrazie" quanto un viaggiatore disposto a condividere. Porto la mia civiltà, la mia storia in posti diversi e costruisco un ponte. La mia storia, che trasporto, la regalo. E aspetto che i miei ospiti regalino a me la loro fetta di storia. Apro porte, imparo lingue e linguggi. Invento possibilità. Creo opportunità per me e i miei fratelli umani. Non impongo. Imparo l'arte dell'adattamento, del compromesso. Divento creolo, pidgin, mezzosangue, mulatto, lingua franca. Soprattutto regalo.


Il Dono
Ho sempre lavorato in ambiti "creativi". In questo campo avere un briciolo di talento, aiuta. Il talento è un dono. Come dono non ci appartiene mai completamente. Se qualcuno ci regala qualche cosa in realtà ce ne consegna solo una parte in quanto il dono entra a far parte della sfera comune che ci unisce. Non posso regalare un dono a qualcun'altro perché tradirei il legame che c'è con chi il dono mi ha fatto. Il talento è un dono. A me non è chiaro chi possa fare un dono come questo. Un essere supremo o il caso. La fisica dei neuroni o lo spirito dell'universo. In ogni caso non ci appartiene completamente.

Così come quando ci viene regalato qualcosa di buono lo condividiamo con i presenti, credo sia necessario condividere con chi ci circonda il talento che ci è stato donato. E non intendo solamente quella falsa idea di dono che hanno alcuni artisti che "donano" la propria arte al mondo facendosela pagare profumatamente. Una parte di talento va regalato. Regalato e basta. In prima persona. Il talento è una forma di fede senza religione.

Ancora missionario

Riflettendo, spesso amaramente, sulla mia condizione di ricco, bianco, pasciuto membro del nord del mondo mi sono chiesto che tipo di missionario avrei potuto diventare. Non esercito professioni vitali quali il medico, l'agronomo, l'ingeniere. Sostanzialmente tratto storie. Che, sebbene definiscano le identità, le culture bla bla bla, non ho mai (ancora) sentito di orgainzzazioni come Medicins Sans Frontieres che andasse in giro per il Darfour a salvare le storie.

Eppure... eppure subito dopo la fame l'identità è uno degli elementi che determinano la sopravvivenza. Il Terzo Mondo è abitato da bambini negri e scheletriti he vivano sradicati in tende di plastica. Non hanno una storia, non hanno una identità. Sono diventati un'umanità simbolica, de-storicizzata, eternamente boccata in una ricerca di minima sopravvivenza. Ogni bambino è lo stesso bambino. Da decenni. Non ha nome. Non ha patria. Non ha storia. Nutrito, sparisce.

La lettura dei libri dell'africanista Basil Davidson mi ha dimostrato quanto il mio pregiudizio sui bambini neri scheletriti fosse consolidato. L'Africa ha una storia, a volte più civile del Nord civilizzato.


Il Progetto Waste Land di Vik Muniz mi ha aperto gli occhi. Raccontando in modo creativo le storie dei"riciclatori" della discarica di Jardim Gramacho (Rio De Janeiro) cambia loro la vita, dona loro dignità.

Ricordo bene gli occhi dei ragazzi algerini o zingari detenuti al carecere minorile Ferrante Aporti quando gli proponemmo di fare uno spettacolo (con pubblico!) sulle loro storie. Mica Pirandello, Shakespeare o quelle balle lì.


Per adesso gli appunti finiscono qui.

Nessun commento

Leave a Reply