Le magnifiche elezioni del 1976




-Abbiamo vinto?
-Tecnicamente si.
-E come?
-Se Democrazia Proletaria veniva con noi…
-No, neanche così. Ci volevano almeno i socialisti, allora sì.
Eravamo in tre seduti a terra, in cucina, di fronte ad un Philips da 24 pollici. I miei due compagni avevano poco più di vent’anni, studiavano in città, portavano rade barbette e occhiali dalla montatura nera. Erano comunisti. Erano redattori dell’unico giornale comunista pubblicato nella zona. Erano buoni, studiosi e onesti. Credevano che i fondamenti di una società evoluta poggiassero sulla giustizia sociale. Credevano che la rivoluzione si potesse fare con un giornale di quattro pagine pubblicato quando si riusciva a racimolare abbastanza soldi, con il teatro di Brecht nella piazza di un paese di quasi tremila anime, con i giochi della gioventù organizzati con la corse nei sacchi e la caccia al tesoro. Erano convinti che le cose potessero migliorare un poco alla volta con costanza e pazienza. Erano marxisti ma entrambi si sarebbero sposati in chiesa, per far piacere alla madre. Erano i fratelli più piccoli di mia mamma, con i quali passavo l’estate nella casa della nostra famiglia, in un paese di quasi tremila anime.
-Allora abbiamo perso.
-Non è una partita di calcio. Anche così va bene. Siamo cresciuti di sette punti. La prossima volta vedrai.


Anche se in tanti l’avevano dato per certo, il sorpasso non c’era stato. Il Partito Comunista rimaneva al secondo posto. La Democrazia Cristiana avrebbe creato un nuovo governo, tutto bianco o montando su il solito accrocchio con tutti quelli che avrebbero convinti a salire sul carro del consiglio dei ministri. Un’altra stagione di compromessi, maneggi, misteri di stato ci attendeva. Qualunque cosa tutto ciò significasse.
Ero un comunista di nove anni, amavo sventolare le bandiere rosse dai finestrini del treno quando scendevamo a Torino per le manifestazioni, collezionavo stemmi con la falce e martello, sapevo cantare tutta Bella Ciao e Morti di Reggio Emilia. La scatola di soldatini “Lenin Stalin e la rivoluzione russa” erano i miei preferiti. Era la collezione più ingiocabile con quel Lenin e quello Stalin in posizione arringante non ci si potevano fare grandi battaglie. E l’Armata Rossa della Rivoluzione era un’accozzaglia di divise, cappelli e armi che non facevano una gran figura accanto ai British Paratrooper o i militi della Kriegsmarine. Costruivo fortezze di libri e il gruppetto di rivoluzionari ottenevano il punto più alto, l’ultima difesa, lo sguardo d’insieme della battaglia. E non morivano quasi mai. Lenin mai. A proposito di soldatini c’era solo una serie che era più inutilizzabile. Quella della banda dei Carabinieri d’Italia. Come si poteva pensare di scendere in battaglia con gente armata di pifferi e tamburi? L’appuntato che sventaglia colpi di tagliente trombone. E quel cappello, quel pennacchio, le code della giacca. E poi, carabinieri.

Questa era la mia militanza politica. Per il resto non capivo quasi niente. Seguivo le dottrine degli zii-come-fratelli-maggiori perché giocavano con me; insieme bruciavamo l’immondizia, in cortile; componevano i temi di italiano dei compiti delle vacanze. Se gli chiedevo di politica mi trattavano come uno di loro e mi spiegavano la Lunga Marcia, la rivolta agraria, lo statuto dei lavoratori e altre avventure.
Avevo capito solo che non avevamo vinto e che il capo sarebbe stato un altro. Uomini in bianco e nero avrebbero ringraziato gli elettori con discorsi che non potevo comprendere, conditi con parole arcaiche, srotolate in una pigra cantilena. Vecchi, soprattutto, con la cravatta e i capelli tirati indietro laccati dalla lingua di una mucca.
Se avessimo vinto noi, invece. Immaginavo ministri con le facce giovani come quelle dei miei zii-come-fratelli-maggiori, ragazzi puri, trasparenti, allegri e un po’ ingenui. Gente che saliva il colle del Parlamento, in tre sul Ciao, il pranzo sotto braccio nel sacchetto del pane, la sigaretta di scorta sopra l’orecchio. Tipi simpatici che si davano del tu e che si sarebbero seduti sui banchi a decidere se Gian del Bek aveva diritto a qualche giornata in più di terra, visti i figli che la moglie sfornava.

Mi addormentai a notte fonda, davanti alla televisione, che lo spoglio era ancora in corso.
Sognai che il nuovo governo istituiva un canale della televisione riservato ai bambini dove venivano mandati solo i film di Walt Disney tutto il santo giorno. Anche i cartoni animati cecoslovacchi sarebbero andati bene. Un sogno bellissimo.

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